Shenzhen (China) July 2014

"Burning in an Uranic river"

"This painting series is inspired by an intimate mood. A state of mind in which I’ve been living in the recent past that has revealed to me some unknown aspect of my passions, the way I’ve been experiencing them and their effects on the psyche. As an artist this can pose a large personal and professional risk, to show myself naked, unprotected by a tangible inspired subject. Nevertheless, the reality is that this Chinese residency is revealing things about myself and my activity, and offers the irresistible chance to work more authentically.
I’ve found myself burning in passions, again and deeper. Maybe I’ll never live without, or I’m still not able to evolve from this restless fire. The big turnover of the planets set me under Uranus’s destroying rule, and the inconvenient purification of its burning. Lost in its smoke, I’ve been inspired by enchanting visions : now I want to “sing” them with a hungry painting, well-knowing that representation still remains in my work just as a way to free the energy of the signs on the canvas. Abandoning myself to the flow of this revolutionary river, in which I try to cool my feelings, anything is open to any new unexpected solution. Now more than ever my work will be lead from the ultimate intimacy.
I will not ask for the spectator to fall in a dogmatic contemplation for these typical western states of mind, but I would apologize if the next works will enchain him by showing the breath of animal instincts, obsessions and desires that could be harmful and unforgettable, but that would instead offer the dream of a craved aesthetically redemption".

 

 

"Artist-activist Raffaello eroico tackles foie gras and bullfighting in France"

Washington DC 18 Jan 2014

(…)Raffaello’s art is breathtakingly bold and evokes the most tender as well as raw emotions. While some paintings elicit a specific reaction, other paintings challenge the observer to delve into more complex thought processes. In all, his art arouses the senses and conjures both the spirit of human and non-human animals. (…)

Jeannette SMITH “examiner.com”

 

Rafferoico: l'estrema sintesi per raccontare tutto con il minimo

Molti anni fa, una cara amica di cui presto scriverò in queste pagine, mi suggerì una riflessione sui libri di Simenon. Disse: “pensa come sarebbero ancora  più, interessanti, i suoi romanzi senza Maigret…”Naturalmente la mia cara amica Vanda, amava i romanzi di Simenon e il personaggio di Maigret e forse proprio per questo amore non le era sfuggito l’aspetto particolarmente interessante, ed unico, di questi lavori, nei quali, in un centinaio di pagine, il nostro Georges descrive le personalità più diverste di un’umanità già molto eterogenea. Le descrizioni per quanto brevi sono veramente insuperabili nella profondita di analisi e nella ricchezza di informazioni oltre che nella completezza del profilo psicologico che viene tracciato. Se penso che, molti scrittori, per introdurre un personaggio nei loro racconti, ed ottenere risultati che, non sempre, si avvicinano a quelli di Simenon, impiegano anche decine di pagine di descrizione, ho la conferma che l’opinione della mia amica Vanda è giusta: i racconti di Maigret sono capolavori, soprattutto per i personaggi e i luoghi descritti.Questo lungo preambolo per dire che, quando vedo un quadro di Rafferoico, ricevo dal suo lavoro, la stessa sensazione, di quando leggo una descrizione di Simenon, l’estrema sintesi per raccontare tutto con il minimo indispensabile di gesti. L’infinito nello spazio limitato di un dipinto.

Giorgio BERTOZZI

 

Toulouse, 11 novembre 2011

ONZEONZEONZE: les métamorphoses de la peinture "post-numérique"

ONZEONZEONZE est un point figé sur la ligne du temps, péremptoire, situé entre un "avant" et un "après", comme une ouverture lumineuse sur l'état de la relation entre le sens et le phénomène "peinture" et dans ce cas précis, la figuration plastique.
Parce que c'est dans l'exercice de la peinture, libéré par une réitération bornée d'un chiffre stylistique, et donc affranchi de l'obsession de la recherche de n'importe quel cliché reconnaissable à la surface, que se suivent métamorphoses et évolutions. Mutations décelées par la lumière soudaine et sans pitié d'un flash : non pas déterminées par une logique préméditée, mais établie par un numéro de saveur informatique : 11.11.11
Soit donc la lumière publique de l'exposition sur le processus de ces métamorphoses postnumériques: la réalité, la photo de la réalité, sa numérisation, ses manipulations immatérielles et sa transposition par un nouvel état de réalité matérielle sous les formes sacrées de l'oeuvre d'art.
ONZEONZEONZE relève l'ensemble apparemment hétérogène des oeuvres exposées, mais au-delà de la lithurgie d'une consommation culturelle désormais abîmée et sans influence, c'est avec l'évidence du fil rouge que la moyenne peinture revendique sa place, son être indispensable, son importance et le sens de sa dernière nature: l'Art"./
Un fil rouge fait de figures, de traces et de gestes pour faire ressentir toute la lourde fragilité de notre être organique, constamment variable, incontestablement animal entre autres animaux. Bétail, pourquoi pas.
ONZEONZEONZE a un "avant" et un "après", et depuis ce moment-là, les oeuvres qui ont été, trouveront de plus en plus leur dimension, leur épaisseur pendant que, la Curiosité et l'Attraction pour l'inconnu sortiront des évolutions et découvertes des oeuvres de l'après.

> Mix'Art Myrys


 

Hypocrita – capricci guasconi: perché, per chi.

Già da qualche anno, circa cinque, oriento il mio lavoro al superamento di alcuni preconcetti che avviluppano la fenomenologia del “fare arte”, strutture utili alla cronaca ma che spesso servono a dare dignità ad opere che probabilmente non lo meritano: la contemporaneità e la tradizione. Questi sono stati per me strumenti di navigazione nel mare di un possibile altrove.
Tecnicamente nel momento in cui “opero” non mi pongo alcuna meta, ma la partenza è sempre molto analitica e trafficata di domande tanto pesanti quanto necessarie. Quale vantaggio, quale progresso, quale evoluzione, quale beneficio si puo’ donare con l’ennesima prevedibile e noiosissima espressione artistica? Per quanto stupefacente possa apparire, che senso ha? Che cosa cambia?
Al di là del proprio ombelico, i più …”coscienti”(?), non vivono forse stretti da una profonda indignazione per lo spettacolo che offre il mondo degli anni duemila?
Sono dell’opinione che in qualsiasi attività, in qualsiasi campo, settore, “ramo”, urge un impegno, una militanza, una presa di posizione. Urge schierarsi. Arte compresa.
Nello specifico dei “capricci guasconi” se da una parte mi sono appunto concesso la libertà di dare corda a qualcosa di apparentemente “bizzarro”, forse rischiando una ingenua fantasia, dall’altra è l’urgenza di manifestare il disgusto, la repellenza, la cieca avversione e la lancinante insofferenza per quanto di “umano” accade intorno, o peggio, per quanto NON accade.
Si annaffiavano gerani sui balconi di Dachau, si celebravano le meraviglie della tecnica nei laboratori di Auschwitz… Non è cambiato niente. La bestia che si erge liscia la propria clava e si proclama figlia di altro da sé: dio. La bestia “più uguale degli altri” vive per lo stomaco, si strugge per riprodursi ed anela alla finale dei mondiali di calcio rimpinzando il cane con gli avanzi del cadavere acquistato igienicamente al supermarket. Beatamente protetti e ricoperti dalla più sordida delle ipocrisie: non vedo, non sento, non parlo. Anzi peggio: vedo, sento, dico altro. Retorica.
Quale principio estetico dovrebbe motivare chitarre e matite? Cosa dovrebbe preoccupare il curatore di biennale ed il regista cinematografico? Anche per i “capricci guasconi”, come nei miei precedenti cicli (“Bestia”, “Egalitè”, “Turpitudine”) vorrei, perlomeno, non essere complice.

 



 

Nel segno di Rafferoico, oltre l’ipocrisia


Venti folgoranti ritratti d’autore in mostra a Verucchio

di Rita Rocchetti


Sono i molteplici volti della natura umana quelli che Rafferoico, napoletano di origine (ora vive appartato in Guascogna), ha scelto di esporre nel Torrione della Rocca Malatestiana di Verucchio, location minimalista quanto carica di storia, in perfetta sintonia con la contemporaneità ricca di senso delle opere in mostra. Venti folgoranti ritratti su carta, frammenti di un unico progetto pittorico, che scava nel profondo, cogliendo con garbata ironia il lato debole di un’umanità curva sotto il peso della propria imperfetta natura.
Il titolo “Hipocrita” indica subito in quale direzione orientare la visione dell’opera. L’etimologia del termine (hipò, sotto, e kritès, spiegazione) ci conduce infatti nell’antica Grecia, dove l’attore, o l’imitatore, veniva chiamato ipocrita, perché riusciva ad ingannare gli spettatori con la modulazione della voce o con le movenze del corpo, donando l’impressione d’essere ciò che non era. Si è quindi ipocriti quando si recita una parte, quando si esprime un sentimento che non trova riscontro nel profondo del cuore.
Pensiamo ora, per un attimo, a quanta ipocrisia ci circonda, ma anche a quanto sia facile per noi mentire, creare realtà parallele, distorte, inventare mezze bugie camuffate da mezze verità. E’ talmente facile che quasi non ce ne rendiamo più conto, perché il mondo stesso in cui viviamo è fatto così.
Di cosa ci parla allora l’ “Hipocrita” di Rafferoico? Ci parla di noi, di come siamo e di come ci mostriamo agli altri, in un gioco continuo tra realtà e finzione, tra essere e apparire. Ci parla della necessità di interrogarci sulla nostra più intima essenza, così come del bisogno di “volgere lo sguardo” e di uscire “a riveder le stelle”, per dirla con le parole del Sommo Poeta, dal quale l’autore sembra trarre ideale ispirazione.
Nell’ottavo cerchio dell’Inferno Dante appesantisce i suoi dannati ipocriti con cappe dorate imbottite di piombo, mentre Rafferoico, in questa personale, agghinda i suoi personaggi con buffi copricapi, li traveste, facendoli diventare subito ridicoli quanto dannatamente veri. E se il Poeta incupisce con il piombo coloro che in vita mostravano una splendida figura, qui si svela invece il loro aspetto interiore, senza pietà e nessuna ipocrisia.
Ciò che colpisce di più è la disarmante e solo apparente semplicità con cui l’artista riesce a incidere la superficie, regalando al visitatore una trasfigurata galleria di volti dai sorrisi ammiccanti, dai ghigni beffardi, dai capricci infantili, dagli sguardi cinici o sofferti, che sono poi i volti di chi ci sta intorno, quelli di chi molto spesso si mostra con un’altra faccia, fingendo di essere ciò che non è. Ma Rafferoico non lascia scampo alla finzione, subito smascherata dalla fresca espressività del tratto, preciso, immediato, tagliente come il bisturi nelle mani di un esperto chirurgo. E in mezzo a quelle facce l’autore ci mette, più volte, anche la propria, come a dire che nessuno può chiamarsi fuori dalla mischia degli ipocriti moderni, ma ognuno di noi può e deve volgere lo sguardo, su se stesso, per uscire a riveder le stelle.

 



 

Napoli, Gennaio MMIX


In proposito dei “Capricci guasconi”


Sebbene i canoni della contemporaneità abbiano marginalizzato le arti visive tradizionali, pittura in primis, persiste tuttavia una valenza non pienamente decodificata che ne giustifica la persistenza nonostante molteplici, già secolari, teorie più o meno invalidanti.
Perciò, durante lo studio, il progetto, di un nuovo ostinatissimo ciclo pittorico che fosse al contempo innovativo e consecutivo del precedente personale, altrettanto caparbio operato, la formula dei “Capricci Guasconi” mi si è manifestata come un felice cortocircuito tra i ritrovati tecnici e formali già sperimentati in precedenza e la necessità di una nuova frontiera.
Proprio grazie alla dinamica ribelle e liberatoria del capriccio si sono superate le pur necessarie inibizioni che la solita ed incessante riflessione autocritica e l’obbligatorio confronto con l’ingombro del passato (e non meno con le suddette teorie) comportano. Eppure nemmeno l’energia di un mero capriccio sarebbe bastata se non caratterizzato dal piglio deciso e testardo, fiero, irriverente ed incorruttibile tipico dell’“esprit gascon”. Tanto più necessario poiché, insieme allo scandaglio degli aspetti formali, vige anche l’inderogabile urgenza di restituire all’oggetto d’arte la qualità dell’impegno civile (ergo morale) a scapito dello sterile e stanco edonismo feticista.
Se nei precedenti cicli (“Bestia”, “Studi sanguigni”, “Impromptu”, “Egalité”)* ricorre ossessivamente il tema dello “specismo”, la più odiosa e nascosta delle ipocrisie, e cioè l’artificio teorico che consente all’animale uomo di sfruttare nella pratica e quotidiana atrocità, senza scrupolo alcuno, l’altro animale come “merce“ (sic!), nei “Capricci Guasconi”, con licenza di surrealtà, la commistione vittima-carnefice intende focalizzare quegli aspetti dell’’umano’ che consentono di perpetuare l’inconsulto, atroce, bestiale, modus vivendi.
Questa ritrovata iconografia è quindi frutto di un genuino, congenito sentimento d’indignazione, e nell’intenzione dell’autore è quindi riferimento, seme e matrice da cui scaturire dipinti che possano una volta ancora dimostrare che se è vero che “il medium è il messaggio” non è obbligatorio stravolgere il primo (medium) per significare il secondo (messaggio). Anzi, dopotutto, un’immagine statica e manufatta che chiede di essere contemplata ed adorata, ma che permette nei modi e nei tempi la più creativa delle interpretazioni, è forse tra i media più opportuni per ravvivare quelle capacità di critica e di riflessione che sembrano estinguersi sempre più al cospetto di smaccati sensazionalismi o peggio di banali, quotidiane, rumorosissime, monocratiche, coatte verità. Menzogne.

 



A braccetto col mio istinto

di Loretta Galli


Lungi da me l'intenzione di improvvisarmi critica d'arte, non ho alcuna velleità artistica, mi basta affacciarmi ai blog di altri amici e amiche qui tra noi, che lo fanno egregiamente, e goderne l’effetto che provocano in me.
Non sono un'intenditrice ma mi fido della sensazione che suscita in me la vista di certe immagini. Ho occhi ai quali piace ossservare, una curiosità che non si riposa mai, una voglia insaziabile di apprendere; non so se io abbia mai sviluppato un gusto definito per l’arte, anzi forse proprio no, diciamo che sono una estimatrice naif e mi affido al mio istinto, che mi affianca ovunque, per capire insieme a lui se qualcosa mi piace oppure no.
Ecco che vagando alla ricerca di immagini, in cerca di ispirazione, tentando di placare uno strappo di fame nel mio stomaco cerebrale ho incontrato, del tutto casualmente, l’opera dell’uomo (o donna?) carponi.
Partendo da quella sola immagine ho fatto il percorso a ritroso, cercando il suo autore e le sue altre creazioni.
Se una sola cosa, quella sola scena mi aveva colpita così tanto, non potevo resistere alla curiosità di capire cosa mi sarebbe aspettato una volta raggiunta la fonte. Devo ammettere che mi si è aperto un mondo di immagini che, a me personalmente, hanno tolto il fiato, mi hanno travolto per la loro carnalità sensuale ma anche cruda, linee di corpi tracciate con terrificante brutalità, un messaggio intrigante e bestiale al tempo stesso, tanto per ribadire  il concetto di quanto certi confini tra gli opposti sia un dettaglio opinabile. Sono rimasta stregata dai corpi nudi, pose scomposte, membra buttate lì sulla tela, ma anche straordinariamente seducenti. Forse non riesco a interpretarne il significato ma resto ammaliata dalle bocche aperte non so se nello slancio di un grido o in attesa di altre bocche. Sono rimasta affascinata dalla visione delle numerose donne bendate, che comunque emanano più desiderio che paura…


 

San Giorgio a Cremano, Marzo MVI

COMUNQUE


Dissertando sulla ridondante commistione delle "arti visive", perloppiù subite invece che fruite,
resiste e si rinvigorisce il valore di un atto minimo - non minimale - volontariamente essenziale:
la matita e il foglio bianco.
Segnare il vuoto, tracciare con mano - mano animale, organica, corporale, vivida e quindi mortale -
nasce da una necessità ineluttabile, pura e primigenia. Purtuttavia, il fenomeno ha luogo non già in
una jungla senza calendario e per iniziativa di un ispirato macaco, ma nel contesto della feroce civiltà umana e occidentale, nell'era del pixel e della spettacolosa "instant communication", e cioé un tempo in cui lo sviluppo plurimillenario di quella che fu la selvatica arte rupestre ha accumulato, congestionato, amalgamato, rivisitato e fors'anche digerito millenni di esperienze, dove anche il negare tout court l'origine e la tradizione é stato ed é esso stesso fenomeno storico se non già museale.
Nella scelta di una tecnica antiquaria come il disegno alla sanguigna, in questa estrema vetustà,
emarginatissima dall'ottusa etichetta del contemporaneo, sussiste il germe di una nostalgia splendida e perdente: nella rotta senza codice della polvere universale COMUNQUE sognare l’essere fuori dal nulla.

 



Bestia: anteprima dal ciclo “AshesToAshes”


(Piercarlo D’Angeli)

Ad un anno dalle Incerte Rotte Raffaello Eroico, in arte Rafferoico, approda per la seconda volta nella capitale e torna ad esporre alla Neo Art Gallery di via Urbana,122. A curare l’allestimento sono Angelo Andriuolo e Giorgio Bertozzi, due galleristi in controtendenza che stanno dedicando particolare attenzione ai giovani artisti appartenenti alle correnti d’avanguardia. Partenopeo, classe ’67, grafico, fotografo e designer, l’artista si presenta all’appuntamento romano (19 novembre-22 Dicembre) in una veste insolita, esponendo 18
olii su tela selezionati dal ciclo pittorico intitolato “AshesToAshes”. Bestia come animale. Animale come la
quintessenza dell’umanità tutta. Bestia sono io che scrivo e bestia sei tu anche se non leggi. Come tutti gli animali, mammiferi, vertebrati, cellulari, proteici: comunque cenere.
All’essere umano non servono altre regole o leggi, se non quelle che lo costringono a contenere il suo istinto primordiale.
Ma quando la bestia si impone sull’uomo, accenti drammatici pervadono le tele dalle quali emergono immagini inquietanti, tratte da un bestiario sospeso tra la fantasia e la realtà. Occhi sbarrati, narici dilatate, denti scomposti e bocche deformi di esseri non meglio identificati: in questi orifizi l’artista volutamente penetra, calandosi nelle viscere per un ritorno all’origine primigenia totalizzata nell’istinto.
Sull’onda di un esasperato realismo che rasenta il pessimismo e che aggiunge
ceneri alle ceneri, un grido disperato si leva per rivendicare alla ragione la perdita di una identità che
è fondamento della dignità dell’uomo, della sua assolutezza e della sua libertà

 


 

 

La bestia che c'è in ognuno di noi


di Lorena Fanunza


"Bestia sono io che scrivo e bestia sei tu anche se non leggi", dice Rafferoico. E rimane difficile non leggere, non interpretare le tele onnivore, non lasciarsi inghiottire dall'istinto del pittore. Ogni opera è un assalto alla nostra forma mentis, alla razionalità cartesiana su cui si fonda gran parte del pensiero occidentale moderno. Basta osservare la rappresentazione pittorica del muso-viso del maiale che grida, infatti, per avvertire quanto quella istintualità non sia lontana dalla nostra.
Non è difficile mettere in parallelo l'opera raffigurante gli occhi tondi dei pesci, con quella relativa all'occhio umano. Lo sguardo ceruleo ha ben poco di paradisiaco. Il pittore sembra volerci far sentire gli impulsi nervosi che, dalla luce naturale, arrivano al cervello.
La stessa espressione inquietante la ritroviamo nella mosca: un quadro in cui il rosso e il nero si fanno più densi e spessi, lasciando così lo spettatore piacevolmente spaesato e interdetto.
Ed, invece, è anche lui, l'uomo, il protagonista. Ci sono le sue mani e i suoi piedi in esposizione, i segmenti terminali di una specie che appartiene sempre e comunque al regno animale. Nonostante spesso egli utilizzi gli arti, e dunque la ragione, per creare, per non rimanere solo cenere, Rafferoico ce ne ricorda la bestialità, l'istinto.
Ogni volta è un dettaglio quello da cui si parte. Non a caso, infatti, Raffaello Eroico ha compiuto un percorso un po' diverso rispetto a quello di molti altri artisti. Egli è partito dalla fotografia e dalla video-arte per poi approdare, solo in secondo momento, alla pittura. E l'amore per il particolare, per l'immagine senza codice, non sembra essere svanito. Il quadro diviene un'istantanea.
L'artista napoletano, classe 1967, può vantare un'esperienza pluriennale nel settore della pubblicità, della grafica e della fotografia. Tutte sperimentazioni che danno un surplus alla sua ricerca artistica.
L'anteprima di una selezione del ciclo "AshesToAshes", in allestimento alla Neoartgallery, ci mostra così un assaggio di una visione artistica fuori dal comune.
La sensibilità così particolare di Rafferoico scuote l'osservatore. L'arte abbandona quest'ultimo all'illusione di poter oltrepassare i confini angusti del ciclo vitale, di poter lasciare qualcosa in più oltre alla polvere della propria "carcassa".

 


 


Roma, 19 Novembre MMV

BESTIA (beast)

"Bestia come animale. Animale come la quintessenza dell'umanità tutta. Bestia sono io che scrivo e bestia sei tu anche se non leggi. Come tutti gli altri animali, mammiferi, vertebrati, cellulari, proteici: comunque cenere. Il resto é favola e prece, Disney et resurrezione. Non c'è Encyclopédie che tenga. Bestia come il vivente terreno e mortale, capace di provare piacere e dolore: origine primigenia totalizzata nell'istinto; l'occhio del fauno, utopia della pittura e traguardo che si pone tra la polvere e l'Eden.".

English Version

"Beast as animal. Animal as the whole human's quintessence. I'm the writing beast and you are the beast, reading or not as well. Beast like all the others kinds of animals: mammiferous - mammalia, vertebrates, cellulars, proteinics: ashes anyway. The rest is tales and prayer, Disney and Resurrection. Does not exist Encyclopédie to be claimed for. Beast like living being, earthly and mortal, able to feel pain and pleasure: primigenial origin totalized in instinct; the eye of the faun, the painting utopia and the viewfinder wich is given beetween dust and heavens.".

 


 

San Giorgio a Cremano, Ottobre MMIII

CADONO DIECI ANNI

Quando con balzo d’istinto mi staccai dalle desolate dune di bianco su bianco e foto non fatta, mi consegnai a pittura e gesti suoi:
obsoleta bizzarria romantichevole compromessa e mussale, affondata in giorni e notti e confusione di sepolcrale indifferenza, da parvenue in affanno e mediocratico agone di piatta celebrità.
Ricominciai nell’era del neo-plexiglass questo manuale tracciare con colore superfici, sentiero dannazione che basto’ il profferirne per suonare blasfemia e vituperio alle goffe orecchie di signorie stilizzate.
Si pensò poco e si disse poi molto di mutande griffate in serie numerata, e sulla scena autoricambi nuovissimi ed ogni singolare strombazzo assurse a casta nobile purchè devotamente installato dal vigente design.
Nel rito del pixel feroce a testa bassa e con occhi sempre rapaci, resistere corpo ed anima, et operando variamente nel cosmo del visibilio, ostinatissimamente pittare, scansando indegne postulanze senza riguardo, e sgomitando, odorare salvezza nella molle sospensione di un grumo denso di puro bianco titanio lambente netto nero sullo sgomento verdazzurrogrigio.
Cadono dieci anni. E fui ancora vivo.

 


 

Napoli, 8 Maggio MMIII

AOV#NAP - Altrovunque Napoli - Post Scriptum


Ho appena detto fine alla trentesima delle trenta tele di jeans ed ora mi volto a riguardarle oscillando in vago equilibrio teso sul cupo sconforto…
Per quasi un mese ho rincorso l'altrovunque napoletano sbracciando tra segni e significazioni, fuggendo i simboli ed appoggiandomi alle memorie confuse ai margini del visibile, rovistando tra sensazioni e sensi all'ombra di forme vestite, spogliate e ancora rivestite di storia e di storie. L'ho inseguito con la pittura, con i pennelli di ferramenta che affondano nella morbida densità dello smalto plastico: come mediterranea indole che impone il fuoco dell'istinto a questi gesti antichi.
Local-global troppo caldo. Negli occhi magma figurativo e vuoto minimale, resurrezione e oro, navata-timpano-altare e martirio del santo, madonna con bambino… Negli occhi l'orizzonte e circumvesuviana, cumana, funiculì funiculà, rosso pompeiano, rosso-grigio, grigio-giallo, palma nera e questa pittura che scivola svelta tra i bisogni e le necessità…
Locale-globale troppo caldo, non funziona per apparir più forti. DISADATTA, INADEGUATA, CONSUNTO PERCETTO DI PITTURA TROPPO CALDA solo mezzo erede di molte generazioni che fiuta l'altrovunque di questo impossibile non luogo. Universo nell'universo non puoi dirla città. Ogni sua descrizione non ha punto, non ha fine…
Eccezione delle scienze essa luce nell'aureola dei suoi goffi dei.
Ombre umide e cibo fritto e mangiare e flautolenze. Perché lo stesso Zeus qui rivela il corpo in molli polpe e polverose ossa, qui la sua onnipotenza è di vapore grasso, e profuma d'incenso, e saliva tabacco che dopo il caffè ti scioglie quella stanchezza che indossi da secoli remoti…
Ma che è stato…? Cos'è tutta questa gente a larga voce che -PEEEEEEEE!!!- ti sollecita al semaforo e -VROOOMM!!!- ti dimentica ogni imperativo ecologico. JAMMBELL M'È! Che se domani mi risvegliassi altrove non sarei certo d'esser vivo.
Non in questo modo.
Questa pittura che scivola svelta nel grande occhio del tv show… su trenta tele per dire DOVE. Tele masserizia destinate a migrare, ad ambulare ora e ancora tra fondachi e garage e nei magazzini delle esistenze di poche anime curiose…
Local-global. Troppo caldo. Lavico eruttivo. No design.
Ci vuole il jeans.
Il jeans resiste allo strofinio dei vagoni ferroviari, alle mani unte nere dei macchinisti e dei portuali, all'orrido raccapriccio dei troppi, troppi sempre troppi sanguinolenti commerci di carni di fegati di interiora e coscia-denti-lingua, alla zozzimma da cui anima e trenta tele non saranno mai dette salve.
Dal perso tetro di Battistello bianco scoppia il riverbero nello svelto pennello di Luca Giordano, per raccontare il Fato e il suo potere, per ricordare che vivere è poco più che esser capre con corna eleganti vocate a decomporsi nel villaggio dei morti e nel pensiero dei vivi… Allora godi l'eccesso di membra della tua e delle altrui spose, che la prosperità dei loro seni e il vasto abbraccio dei loro fianchi ondeggino sulla fonda cadenza della tammorra <tracche-tracche-TUM!> irrigidiscano i falli e accendano la gioia del baccanale tutto! Piangere, ridere, cantare, ingegnare sigarette che non bastano mai: INGEGNARE NUOVO AMORE e nuovo oblio su vecchia mondanissima guerra quotidiana.
Questa pittura ambulante gravita nella mestieranza antica e ricompone il desunto pixel e pianoforte e' notte… Ma che è stato…? Quante pagliette di quella bella epoque per la sofferta barba di Vincenzo Gemito, per quel suono di frangersi l'onda dei suoi ridenti lazzari…
TUM! Rimbalzo arancio SuperSantos oltre il cancello chiuso sui misteri alchemici del Sansevero… Pure lui alfine nell'arca di un marmo che resta algido anche al più furioso svolazzo rococò.
Caldo freddo artecontemporanea, global local artecontemporanea, voglio-a-te-ma-tu-non-stai-con-me e i-figli-so'-piezz'e-core-artecontemporanea, americana innovativa spiazzante e in piazza!
Cardinale Signoria Vostra Eccellenza VIP pi-erre ufficio stampa Design offri un soldo e parcheggia MEGLIO la tua artecontemporanea… E poi spegni questo computer-playstation-photoshop, stuta sta televisione… Non vedi questo mare com'è straniero? Vedi? Questo mare non ci conosce più. Solo che non c'è niente e l'occhio riposa quella stanchezza, quella stanchezza moscia di secoli remoti assai…
Taci pittore italiano nel nome dubbio artecontemporanea: fossile della communication non ti è dato più parlare; quanto CUORE ha fatturato il tuo delirio?